Ho esperienza di biciclette e di percorsi ciclabili e non m'intendo di lingua, ma sono stato piacevolmente colpito (io che il sardo lo amo e lo capisco ma non lo parlo bene) dalla fantasia creativa dei neologismi con cui la lingua riesce a rappresentare un ambito particolare come quello del ciclismo e della stessa meccanica della bicicletta. Si percepisce che c'è uno studio nell'uso della lingua come c'è ricerca nella pratica del ciclismo amatoriale.
La bici viene usata e studiata nelle sue potenzialità proprio nei luoghi più impervi, quando sono messe in gioco continuamente la conoscenza del territorio e le proprie possibilità fisiche e tecniche; quando si è in competizione con se stessi e con la natura ma anche consapevoli dei propri limiti […].
E quando si va lontano, in bicicletta, il gusto della libertà e dell'immersione nella natura talvolta si paga con fatiche ed esperienze poco gratificanti, come la rottura del mezzo, la sostituzione di un cuscinetto a sfera del movimento e non solo. Sicché il ciclista - esploratore si ingegna a fare un po' di tutto, a riparare, a prevedere, a cooperare con i compagni di viaggio e soprattutto ad affrontare con buon umore gli imprevisti.
Ho letto i racconti con un piacere particolare, perché nei protagonisti delle escursioni ho visto realizzati i principi di quello che credo debba essere il ciclismo amatoriale e il vero spirito sportivo: conoscenza di sé, del territorio e del mezzo; rispetto della natura e dell'integrità propria e altrui; rigore e sana competizione, innanzi tutto con se stessi.
Con questi presupposti, possiamo ben augurare buon viaggio ad Amos, a questo libro, ai suoi lettori e lettrici, perché possano incontrare molti ciclisti per le strade della Sardegna e salutarli stando essi stessi in sella alle loro bici. Apedala dimòniu.