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Litra 'e noas
ki boleis totu is apuntamentus de bilinguismu
CRACAI INNOI

Circa in su jassu
sa circa est in is noas sceti

 

babus mannus

La rivolta dell'oggetto

Innoi si poneus unus cant''e arrogus bogaus de custu libru mannu de Mialinu Pira, arringheraus segundu s'argumentu. Custas decraradas, craramenti, no si bàlinti su libru, ki si consillaus a si du ligi totu, mancai ki est unu pagu traballosu. In su 1978 jai, Pira at nau cosa ki meda studiaus no anti tentu s'ànimu e sa dinnidadi de amiti ancoras.

Bona ligidura e bonu pensamentu.

Sa stòria ‘e sa scola in Sardinnya

«La storia delle scuole ufficiali è stata scritta e celebrata all’infinito; ciascuna di esse s’è agiografata senza risparmi, mentre sono ancora tutti da ricostruire le vicende, le strutture, i contenuti, le forme, i principi pedagogici, delle scuole improprie, poste fin dall’epoca classica nello spazio dell’ignoranza, al cui interno si presumeva il buio compatto di una notte fonda (mentre vi splendevano costellazioni, soli e falò culturali grandiosi). Si sa quasi tutto dei “generosi” e lungimiranti promotori delle scuole ufficiali che si sono frequentate. Si conoscono i tutori, i finanziatori, gli educatori e persino ex allievi di queste scuole, che disponevano di luoghi specifici. I loro nomi sono incisi a grandi lettere nelle lepidi dei corridoi e sui frontoni degli edifici spesso monumentali. Et scripta manent» (pp. 391-392).

«Gli storici dell’educazione considerano più importante la presenza di una scoletta romana nel più sperduto municipio dell’impero che la presenza di una intera popolazione parlante una lingua diversa da quella latina e avente modi propri di trasmettere da una generazione all’altra la propria cultura» (p. 400).

Ita fiat sa scola e sa lìngua in Sardinnya

«In Sardegna la scuola ufficiale non solo è estensione di classi dominanti, è anche estensione di classi dominanti esterne … La scuola è, dal punto di vista culturale e dell’egemonia, quel che gli eserciti d’occupazione sono dal punto di vista militare» (p. 390).

«Il disegno politico piemontese prefigurava una comunicazione a senso unico: l’apparato statale sceglie il codice e i messaggi da trasmettere e le popolazioni devono imparare il codice e ripetere i messaggi adeguandovisi» (p. 154).

Sa lìngua sarda e is predis

«Furono … i preti a porsi per primi il problema della lingua sarda, cioè di una comunicazione del messaggio cristiano nella lingua degli universi paesani. La conquista delle anime alla Chiesa avviene ancora nella lingua di quelle anime. Le preghiere in sardo, le prediche in sardo, la confessione in sardo etc. rispondono all’impegno della Chiesa rustica sarda ad essere sempre organica alle popolazioni. La Chiesa è stata finora l’unica cultura universale, capace di farsi paesana e popolare … I preti hanno perseguito l’impegno alla traduzione dei valori della cultura universale di cui erano portatori … , hanno conseguito lo scopo di non lasciarsi tagliare fuori dalla vita paesana» (p. 181).

Su latinu e is bariedadis sardas

«Dialetti come quello di Bitti (ancor oggi, ma meno che nel passato, recente fortemente conservatore delle forme latine) … sono testimonianza di una latinizzazione non già, come ritenuto da taluni, anticipata, ma fortemente ritardata. Il latino, dove è penetrato prima (come è accaduto nella parte meridionale dell’Isola), ha anche avuto la sua maggiore evoluzione, sia in conseguenza del maggior uso interno, sia in conseguenza dei più stretti contatti successivi con le lingue romanze della penisola iberica e di quella italiana.
Gloriarsi come erano soliti fare i bittesi e i letterati sardi in genere, della maggiore vicinanza dei dialetti sardi al latino, significa gloriarsi dell’immobilità e della bassa accumulazione culturale; il che può anche essere vanto legittimo, ma in una sincronia che assuma a proprio valore appunto la conservazione e l’immobilità» (p. 111).

Is maistus de sa scola no ofitziali

«I maestri della scuola impropria non ponevano limiti alle loro responsabilità verso gli allievi … Non davano voto in condotta a fine trimestre, se mai li davano in ogni momento, insegnando a ciascuno come condursi in tutte le circostanze. Non rimandavano i “riottosi” a un altrove, “la vita”, perché li domasse. La scuola impropria era già la vita» (pp. 380-381).

Su nascimentu de sa scola ‘e pipiesa

«L’asilo nasce in seguito all’impossibilità della famiglia di provvedere alla cura e all’educazione dei minori per tutto l’arco della giornata. Quest’impossibilità è il risultato del nuovo sistema produttivo, non familistico, col luogo di lavoro che è lontano dal luogo di vita e precluso alla famiglia. L’artigiano poteva dare assistenza, educazione e istruzione ai figli nella bottega familiare, così pure il contadino e il pastore nella proprietà familiari. Diversa è la situazione nel contesto urbano, per la fasce alte e basse della popolazione. L’industriale e l’operaio non possono lasciare a sé stessi i figli durante il loro lungo orario di lavoro: lo stesso fattore che crea l’esigenza degli asili per i figli degli operai … crea anche quella delle scuole materne per i figli dell’industriale e dei suoi impiegati. Ma, ovviamente, gli asili che raccolgono i bambini meno fortunati saranno ben diversi dalle scuole materne per i figli della borghesia» (p. 417).

 

   
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